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Fiabe Celtiche

SHAMUS DEL KINTAIL

Nelle Highlands e nelle Ebridi vi è un'antica credenza secondo la quale un bimbo può acquisire poteri soprannaturali se, dopo essere stato svezzato, beve il primo sorso di latte dal cranio di un corvo, perché il corvo è considerato l'animale più intelligente e saggio della sua specie.

Molto tempo fa viveva nel Kintail il capo di un clan che decise di scoprire se vi fosse qualcosa di vero in quella credenza. Così egli, che si chiamava Conall, fece bere il primo sorso di latte di vacca al proprio figlio Shamus porgendoglielo nel leggero, fragile cranio di tale uccello. Per molto tempo non vi fu alcun segno che il ragazzo detenesse alcun potere straordinario. Shamus giocava e cantava esattamente come tutti gli altri bambini, e come loro era a volte ostinato e a volte obbediente.
Ma un giorno suo padre lo vide che sedeva sotto un melo, mentre guardava in su verso le fronde ed emetteva strani suoni che non appartenevano a una lingua umana. Poi, quando Conall si avvicinò all'albero ci fu un gran sbattere e frullare d'ali, e una dozzina di piccoli uccelli volò via spaventata.

"Oh, padre, li hai fatti fuggire pieni di paura" disse Shamus. "Stavano raccontandomi delle terre calde che visitano ogni anno mentre noi rabbrividiamo nel gelo invernale, e del grande oceano che stende le sue acque azzurre sotto il sole, mentre giorno dopo giorno le onde grigie si infrangono sulle nostre spiagge."

 "Ma come può essere, figlio mio?" chiese Conall.

"Gli uccelli non parlano il nostro linguaggio." "Però io capisco la loro lingua" disse Shamus, " e posso parlare con loro e ascoltare i loro discorsi come se loro parlassero la mia." Così Conall scoprì che a suo figlio era stato dato il dono di comprendere il linguaggio degli uccelli, ed ebbe la prova che la vecchia credenza riguardante il cranio del corvo diceva il vero.

Con il passare degli anni, il potere di Shamus non venne meno. Mentre cacciava a cavallo conversava con il falcone appollaiato sul suo polso, e quando camminava sulla spiaggia gli uccelli marini gli raccontavano dei viaggiatori che solcavano il mare, e gli uccellini che volavano vicino alla casa di suo padre gli parlavano di ciò che avevano visto nella campagna.

Crescendo, Shamus diventò un giovane pieno di saggezza e di coraggio, virtù che andarono ad aggiungersi alle sue doti sovrannaturali. Tutti gli uomini del clan erano convinti che sarebbe stato un degno erede del padre, quando fosse venuto il momento di prendere il suo posto.

Ma un triste giorno accadde una cosa che suscitò l'ira del vecchio capo nei confronti del figlio, e costrinse Shamus ad abbandonare la sua terra natale in preda alla disperazione. Mentre una sera Shamus stava servendo il padre, seduto alla grande tavola imbandita, Conall fece un cenno con la mano in direzione delle travi annerite dal fumo che sostenevano il tetto del salone, dove innumerevoli uccelli facevano il nido da tempo immemorabile, e disse: "Dimmi, figlio mio, di cosa stanno chiacchierando stasera gli storni? Non li ho mai sentiti fare tanto chiasso come oggi." Allora Shamus abbassò gli occhi sotto lo sguardo del padre e rispose: "Se rispondo alla tua domanda, padre, temo che ti adirerai." Naturalmente quella risposta non fece che aumentare la curiosità del padre, e alla fine Shamus confessò: "Gli storni stanno dicendo che un giorno le nostre parti si scambieranno, e che sarai tu a servire me alla tua tavola in questa stessa sala, padre," Appena Conall ebbe udito queste parole, il suo cuore si riempì d'ira: cos'altro avrebbe infatti potuto significare, quella profezia, se non che un giorno il suo stesso figlio si sarebbe rivoltato contro di lui, rubandogli l'eredità prima che fosse venuto il tempo?

'Traditore!" gridò il vecchio, scagliando a terra la coppa piena di vino. 'Tradiresti il tuo stesso padre?

Lascia la mia casa, dai l'addio agli uomini del tuo clan e fa che non ti debba mai più rivedere!" E malgrado tutte le sue promesse di lealtà e devozione verso il padre, Shamus fu costretto a dire addio alla sua gente e a lasciare la casa nella quale aveva trascorso tutta la vita. Se ne andò dal Kintail come un povero, senza portare con sé nient'altro che i vestiti che aveva indosso, e quando arrivò sulla riva del mare pensò: "I! mondo intero si stende davanti a me dall'altra parte dell'oceano. Troverò una nave e salperò verso i mari azzurri e le terre piene di sole delle quali gli uccelli mi hanno parlato." Ora, dovete sapere che quello stesso giorno una nave stava per partire verso terre straniere e Shamus si ritenne davvero fortunato riuscendo a farsi prendere a bordo fra i marinai della cima. Navigò fra mari calmi e acque in tempesta, fino a che la nave approdò alla bella terra di Francia. Qui Shamus decise di proseguire il suo viaggio a piedi, così si mise in cammino nella campagna con passo leggero e il cuore pronto alle avventure.
Dopo non molto tempo arrivò in un grande parco dove, tra i verdi steli d'erba, crescevano i gigli. In lontananza intravide contro il cielo le sagome di cento torrette dorate, e allora capì che era arrivato al palazzo del re. Mentre si avvicinava al grande portone del castello sentì un rumore di legna segata e di rami spezzati, e vide che un esercito di taglialegna era impegnato ad abbattere un boschetto di pioppi che si ergeva davanti al cortile del castello. Ma c'era ben altro da vedere: con sua grande meraviglia, Shamus notò che tutt' intorno al palazzo il cielo era pieno di uccelli: piccoli passeri dalle piume brune che riempivano l'aria di incessanti grida stridule, tanto da costringerlo a coprirsi le orecchie con le mani.
Proprio in quel momento un servo gli si avvicinò: "Ah, straniero" gridò, "hai un bel provare a tapparti le orecchie con tutto questo strepito! È tutto inutile.
Non solo fuori dal palazzo, ma anche al suo interno siamo ossessionati da questo continuo stridere e cinguettare. C'è di che far uscire di senno un pover'uomo, e il re non sa più cosa fare per trovare il modo di liberarsi da questo flagello." Immediatamente Shamus capì che lui solo, fra tutti gli uomini, avrebbe potuto aiutare il re in difficoltà, così chiese al servo di portarlo al cospetto del sovrano. Il servo gli fece strada lungo gallerie dove stormi di passeri sbattevano le ali contro i muri rivestiti di pannelli di legni preziosi; lo condusse attraverso un passaggio, su una terrazza, dove le dame della corte tentavano invano di conversare l'una con l'altra strillando per cercare di farsi udire in mezzo a quel frastuono ininterrotto. In seguito giunsero in una stanza ornata di colonne, dove gli uccelli stavano appollaiati su ogni davanzale, parapetto e cornicione, soffocando con il loro strepito le deliberazioni dei consiglieri del re. Alla fine raggiunsero una cameretta, dove il pensieroso re sedeva da solo. Le finestre erano chiuse ermeticamente, e una sentinella stava in piedi accanto alla porta; ma nonostante queste precauzioni un passero più veloce degli altri era riuscito a intrufolarsi nella camera quando, di buon mattino, la regina si era recata a visitare il suo signore. Il re stava guardando il passero, che si era appollaiato sul bracciolo della sua poltrona, e appoggiava il mento al palmo della mano - una mano dalle dita piene di anelli - con un atteggiamento di profonda disperazione.

"Ascoltatemi, sire" disse Shamus, "io credo, fra tutti gli uomini, di essere colui che vi potrà aiutare a sventare la maledizione alata che si è abbattuta sul vostro palazzo." Subito il volto del re si rischiarò, e una luce di speranza si accese nei suoi occhi.

"Se ciò che dici è vero" dichiarò, "la tua ricompensa sarà grande, e con essa avrai la mia eterna gratitudine. Ma perché pensi, tu solo fra tutti, di potermi aiutare a risolvere ciò che mi affligge?" Allora Shamus parlò al re del suo potere di dialogare con gli uccelli nella loro lingua.

"Deve esserci una ragione, sire" egli disse, "per la quale i passeri stanno combattendo questa guerra contro di voi." Detto questo, si rivolse all'uccellino che stava appollaiato a fianco del re, e gli parlò nella sua lingua, producendo quegli strani suoni che. il padre aveva sentito per la prima volta molto tempo prima, sotto l'albero delle mele. Come ebbe finito di parlare, l'uccello volò sul palmo della sua mano aperta, e rispose con uno squittio eccitato del quale il sovrano non poteva capire alcunché, ma che Shamus sembrava comprendere perfettamente.
Poco dopo si rivolse di nuovo al re: "Oh mio sire, la soluzione del vostro problema è piuttosto semplice. Voi siete incorso nelle ire dei passeri perché avete ordinato ai taglialegna di abbattere i pioppi nei quali essi costruiscono i nidi, e gli uccelli temono che presto rimarranno senza una casa. Ma promettono che, se ordinerete ai taglialegna di interrompere il loro lavoro, non vi arrecheranno più alcun fastidio." A queste parole il re si alzò e spalancò la finestra della sua camera, impartendo ordini agli uomini della sua guardia. Subito dopo, sei araldi con sei trombe d'argento uscirono dal castello per proclamare che nessun albero, cespuglio, ramo o ramoscello che si trovava in prossimità del palazzo avrebbe più dovuto essere abbattuto. E in più il re giurò sulla sua gran barba e su tutti i santi di Francia che, se gli uccelli avessero smesso di tormentarlo, Shamus sarebbe stato riccamente ricompensato.

Non appena l'ultima ascia dei taglialegna si fu azzittita, dalle lunghe gallerie rivestite di legno, dalle terrazze dove le dame sedevano, dalla sala delle colonne dove i consiglieri deliberavano e da ogni angolo e cantuccio del palazzo, una gran moltitudine di passeri si alzò in volo, sfilando a stormo sopra le torrette dorate, per andare a ricostruire i nidi tra i rami dei pioppi. E da quel giorno e per tutto il resto della sua vita il re di Francia non venne più importunato nemmeno dal più piccolo passerotto.

Tenendo fede alla parola data, ricompensò con generosità Shamus per l'aiuto che gli aveva dato, e gli donò una gran quantità d'oro e una galea con preziosi addobbi, provvista di un valoroso equipaggio.

Con questa splendida nave Shamus salpò verso il mare aperto, in cerca di altre avventure. Visitò il paese dei Mori, dove la terra è ricoperta d'oro che nessuno raccoglie, come se si trattasse di pietre sparse sul fianco di una collina, e navigò tra isole incantevoli dove nessun piede umano si era mai posato. E dovunque andasse, la sua ricchezza e la sua saggezza aumentavano. Ma pur visitando tutte quelle terre lontane Shamus non dimenticava mai le colline, i laghetti montani e i pendii ricoperti d'erica del Kintail, e dopo dieci anni di peripezie e avventure non potè più resistere al gran desiderio di ritornare alla sua casa, e di rivedere la sua gente.
Un bel giorno, la ricca galea dalla prora d'oro si inoltrò nelle nebbiose insenature del mare che circonda le Ebridi, e gettò l'ancora nello stretto canale fra Totaig e un'isoletta rocciosa. Gli uomini e le donne del clan di Shamus si spinsero fin sotto la grande nave, meravigliandosi di vedere un'imbarcazione di tale magnificenza e chiedendosi quale ricco straniero fosse mai arrivato alle loro spiagge. Portarono la notizia al vecchio capo Clan, lo stesso che molto tempo prima aveva scacciato il figlio, e quello si fece incontro allo straniero per offrirgli ospitalità. Egli non riconobbe suo figlio nell'uomo di bell'aspetto che accettava di condividere il suo tetto, ma tratto Shamus con tutti gli onori dovuti a un giovane gentiluomo dal portamento così nobile. Quella stessa sera durante la festa che era allestita per lui, Shamus rivelò la sua identità e sanò la ferita che lo aveva diviso dal padre. Seguendo gli usi di quei tempi, in base ai quali era il padrone di casa in persona a dover servire l'ospite d'onore, il vecchio capo del Clan portò il vino a Shamus mentre questi sedeva alla grande tavola. Quando il vecchio si inginocchiò accanto al figlio, offrendogli la coppa perchè bevesse, Shamus esclamò: "Oh, padre mio, non ti ricordi di me? lo sono il figlio che scacciasti pieno di collera a causa della profezia fatta dagli uccelli. Ora quella profezia si è avverata, perché tu stai servendomi alla tua stessa tavola. Oh, padre, ricevimi ancora come tuo figlio! Una volta di più ti giuro che il pensiero del tradimento non mi ha mai sfiorato il cuore e che contro di te non ho mai concepito alcun malvagio proposito. A queste parole il vecchio balzò in piedi con un grido di gioia e si gettò fra le braccia di Shamus. In presenza di tutti coloro che affollavano la grande sala egli restituì al figlio tutti i suoi diritti di erede, e grande fu la gioia degli uomini del clan.

Quando il racconto delle peripezie di Shamus venne reso noto, la sua fama di viaggiatore fece il giro della regione, fino a che un giorno arrivò anche alle orecchie del re di Scozia. A quel tempo, la costa occidentale della Scozia veniva spesso devastata dagli attacchi e dai saccheggi dei navigatori scandinavi, e il re stava cercando un uomo degno di fiducia da porre al comando di una roccaforte sulle coste del Kintail.

Chiamò Shamus alla sua corte e, trovandolo uomo di grande saggezza, gli ordinò di costruire un castello su Eilean Donan, l'isoletta rocciosa di fronte a Totaig, perché diventasse una torre d'osservazione e una fortezza a difesa dagli invasori scandinavi.

Estratto del libro “Fiabe Celtiche” ed. Giunti

L'EACH-UISGE

Peggac, la piccola vacca bruna della mandria di Anna, era un animale imprevedibile: appena le si presentava l'occasione iniziava a girovagare, portandosi dietro tutte le sue compagne. La pastorella non la perdeva mai d'occhio, nemmeno quando si fermava a riposare.

Quel giorno, mentre era seduta sotto un albero, Anna udì un forte muggito e istintivamente volse lo sguardo verso Peggac. La vacca si era alzata e con essa tutti gli altri animali per osservare una sagoma scura che si avvicinava di gran carriera. Era un cavallo dalla folta criniera e dalla lunga coda, con un mantello più nero delle ali del boobrie, il mitico uccello che si leva in volo al crepuscolo. "Di chi può mai essere quell'animale?" pensò Anna, sorpresa. Nessuno dei suoi vicini possedeva un cavallo tanto prestante. Il cavallo apparve ancora il giorno seguente e poi tutti gli altri giorni, fino al termine della settimana.

Ogni volta si avvicinava sempre più alla mandria, finché le vacche presero confidenza e, quasi, non fecero più caso alla sua presenza. Peggac, lei sola, pareva inquieta.

Quando Anna raccontò ai genitori dello strano cavallo apparso nella brughiera, anch'essi si mostrarono preoccupati. Sapevano infatti che nel Lochan dove crescevano le ninfee viveva un Each-Uisge.

"Devi correre a casa quando lo vedi arrivare" le intimò il padre. "Quella è una creatura malvagia che vive nel Lochan. Molti uomini sono stati trascinati nelle sue acque dall'Each-Uisge." "Ma è un animale straordinario" rispose la ragazza.
"Forse potremmo domarlo e ci sarà di aiuto a trasportare la torba che estraiamo dalla brughiera. Ha una groppa ampia e forte." Il padre sembrò sul punto di cambiare idea.

"C'è un solo modo per catturare e domare una di quelle bestie" le spiegò. "Bisogna afferrare la cavezza che indossa! Chi avrà ridotto in suo potere un simile animale potrà ben dirsi fortunato: quei cavalli lavorano per dieci senza mai fermarsi. Se solo avessi il coraggio di affrontarlo...un cavallo come quello renderebbe orgoglioso il suo proprietario!" Each-Uisge continuò a frequentare il pascolo dove si recava Anna e, con il passare del tempo, anche Peggac si tranquillizzò e smise di aver paura di lui. E quello era proprio il momento che la creatura aspettava.
Un giorno improvvisamente spiccò un balzo verso la mandria e azzannò Peggac.

I suoi denti affondarono vigorosamente nel collo della vacca, dopo di che l'Each-Uisge cominciò a trascinarla verso il Lochan.

Anna fuggì a casa per avvertire immediatamente il padre che tornò con i cani mettendo in fuga il malvagio animale. Purtroppo però Peggac era morta. L'uomo dovette così escogitare un modo per eliminare l'Each-Uisge, temendo che potesse uccidere anche sua figlia. II padre di Anna scuoiò la povera Peggac, prese la pelle e la mise a seccare al sole. Quindi la ricucì, dopo averla imbottita di felci. II giorno dopo, indossando quella pelle, si sdraiò sull'erica proprio come avrebbe fatto Peggac.
L'Each-Uisge non tardò a comparire. Notò la vacca sdraiata e si avvicinò con circospezione. Alghe e fango ricoprivano il suo mantello, mentre dal suo collo pendeva una robusta cavezza. Non appena si sentì addosso il fiato rovente dell'animale, il padre di Anna afferrò la fune tenendola ben stretta. Il cavallo tentò di fuggire, scalciando furiosamente e impennandosi, ma l'uomo non cedette la presa. Anzi, riuscì ad alzarsi e montò in groppa all'animale che, immediatamente, si acquietò.

Da quel giorno il cavallo nero visse nel piccolo campo del padre di Anna. Come un puledro docile e ubbidiente, lavorava da mattina a sera senza mai stancarsi. E mai cercò di far ritorno alle acque del Lochan.

Passò il tempo e un giorno Anna trovò una splendida cavezza in un angolo della stalla. Non immaginando che potesse essere la stessa cavezza che la creatura aveva portato con sé molti anni prima, la fece dolcemente scivolare sulla criniera del cavallo. Poi gli saltò in groppa, come era abituata a fare.

Il cavallo rimase immobile per un lungo istante, poi emise un urlo selvaggio, si impennò furiosamente e si lanciò al galoppo nella brughiera verso il Lochan delle ninfee. Così pagò il suo ardire il contadino di Duirinish, e sua figlia Anna non fu mai più rivista.

Estratto del libro “Fiabe Celtiche” ed. Giunti

 

Lo SGABELLO MAGICO

C'era una volta una bella ragazza chiamata Nighneag. Fin da quando aveva sedici anni i ragazzi delle città vicine avevano mostrato uno speciale interesse per quella fanciulla così minuta, così leggera e amabile e dalle labbra rosse come i frutti del sorbo selvatico. I suoi occhi grandi scintillavano di un azzurro profondo, mentre i capelli scuri le ricadevano a boccali sul collo slanciato.

Le figlie dei vicini la guardavano passare con l'invidia negli occhi. Nighneag sapeva di essere bella: non era solo il mondo intero a confermarglielo - Alasdair, Murdo e le dozzine di altri ragazzi che aveva incontrato - ma anche il piccolo specchio vicino alla finestra della sua stanza che restituiva ai suoi stessi occhi la sua immagine. Con il passare del tempo, però, Nighneag divenne sempre più vanitosa e insoddisfatta. "Una damigella così bella e delicata" si diceva, "non dovrebbe trascorrere la vita ai margini di una desolata brughiera, passando il tempo ad accudire una mandria di stupide vacche, a spazzare la piccola fattoria e a faticare insieme al padre nei campi." Un giorno in cui si sentiva particolarmente infelice, mentre si recava a riprendere la mandria al pascolo, prese a lamentarsi a voce alta con le povere bestie. Le vacche erano abituate alla lingua tagliente di Nighneag e alle sue interminabili lamentele ma, fino a quel giorno, non le avevano prestato alcuna attenzione, cosa che esasperava ulteriormente la ragazza.

Nighneag le rimproverò in tono astioso per la fatica che doveva sopportare a causa loro. Se non avesse dovuto accudirle avrebbe ben potuto spendere il suo tempo a pettinarsi davanti allo specchio, oppure a tagliare e cucire dei vestiti nuovi. In poche parole, a coltivare la sua avvenenza.

Quella volta, mentre stava già per andarsene, la ragazza udì una vocina provenire dal bosco di erica: "Aspetta un momento, Nighneag! Non te ne andare!" La bella si guardò attorno sbigottita e vide una donnina correre verso di lei tenendo fra le mani uno di quegli sgabelli a tre zampe che si usano per mungere le vacche.

"Ohi, ohi, aspetta, non andare così veloce!" gridò ansimando la donnina. "Ho udito i tuoi lamenti e ho pensato che, beh, se mungere le vacche ti reca disturbo, ho qui questo piccolo sgabello che forse ti potrà servire." La donna lo sollevò con le braccia perché Nighneag potesse vederlo.

La ragazza non nascose la sua delusione: non era certo uno sgabello ciò che avrebbe desiderato, sospirò, ma qualcuno che mungesse al suo posto!

"Oh, aspetta un attimo" la chiamò la donnina, che aveva letto nei suoi pensieri. "Questo non è affatto uno sgabello qualunque. Siediti a fianco di quella vacca dal pelo rossiccio e guarda la differenza." Nighneag prese lo sgabello e lo pose a fianco della vacca. Poi, con aria svogliata, cominciò a mungerla. E quale non fu la sua sorpresa quando scoprì che il secchio si era riempito subito di latte senza dover fare alcuna fatica. Allora prese lo sgabello e lo sistemò di fianco alla vacca bianca, e infine munse quella nera. In tutto non ci vollero più di due minuti: incredibile!
Anche le vacche parevano ben contente e ripresero a pascolare.

"Ti chiedo una piccola promessa in cambio del mio sgabello" squillò la donnina con un ampio sorriso. Nighneag si limitò ad annuire, anche se in cuor suo sarebbe stata disposta a regalarle perfino le scarpe che portava ai piedi pur di avere quel magico sgabello.

"Promettimi che da oggi in poi sarai gentile con le tue bestie" proseguì la donna. "Rimproverale pure, ma non colpirle mai né con la mano né con il bastone.
attenta perchè se lo farai lo sgabello a tre zampe non te la farà passare liscia!"
Nighneag assentì con un piccolo inchino; in fondo non sembrava una promessa difficile da mantenere. Ringraziò la donna e se ne andò, tenendo ben stretto lo straordinario sgabello. E finalmente la ragazza non ebbe più a lamentarsi della fatica di mungere le vacche; anzi, l'incombenza cominciò a sembrarle quasi piacevole.
Naturalmente però nel corso della giornata la attendevano parecchi altri compiti fastidiosi: pulire i pavimenti, lavare le pentole, tagliare le rape e distribuire le granaglie al pollame. Nuovamente si ritrovò a desiderare che qualcun altro prendesse il suo posto e ricominciò a lamentarsi dalla mattina alla sera.
Finché un giorno, mentre stava tornando dal pascolo si dimenticò della promessa. Beth, la vecchia vacca dal pelo rossiccio, non ne voleva sapere di affrettare il passo; Nighneag staccò un ramo da una siepe e cominciò a frustarla energicamente sui fianchi.

Giunsero alla stalla e la ragazza si sedette sullo sgabello magico per iniziare a mungere ma, improvvisamente, le tre gambe si misero a saltellare allegramente. Il secchio del latte si rovesciò e, come se stesse cavalcando un riottoso somaro, Nighneag si trovò sballottata su e giù in sella allo sgabello che, nel frattempo, era schizzato fuori dalla stalla. Atterrita dallo spavento, la giovane provò invano a divincolarsi e a saltare a terra. Niente. Lo sgabello la teneva saldamente attaccata a sé.

Con la povera Nighneag sempre in sella, lo sgabello saltò qua e là per tutto il podere nei pressi della fattoria, gettandosi in mezzo alle siepi e ai rovi, tuffandosi nei cespugli di ortiche, nei torrenti e nei fossati. Giunto al confine della brughiera, spiccò un gran balzo in aria e sparì, scaraventando Nighneag in mezzo all'edera. La giovane si ritrovò ricoperta di spine da capo a piedi, la candida pelle piena di graffi e vesciche, i capelli tutti scompigliati e pieni di nodi. Le vesti erano lacere, e aveva perfino perduto le scarpe. Nell'udire tutto quel trambusto, Murdo il pastore, Tom il tessitore e Alasdair, che viveva nella fattoria vicina, accorsero per vedere cosa stava succedendo. In quel momento la ragazza, barcollando, si stava rimettendo in piedi. I tre uomini rimasero dapprima a bocca aperta, poi la bocca si spalancò in un sorriso e infine in una fragorosa risata. Risero, risero e risero fino a sentirsi male. Con il volto rigato dalle lacrime, Nighneag corse immediatamente all'abbeveratoio per lavarsi le ferite e lenire il dolore con acqua gelata. L'immagine di sé che le restituì lo specchio d'acqua la fece dapprima sorridere, poi ridere sonoramente. Ma la cosa più strana fu che più rideva più le sembrava di stare meglio. I graffi e le ferite smisero di dolere, i nodi nei capelli si sciolsero docilmente fra i denti del pettine e la ragazza provò una sensazione di benessere: in vita sua non era mai stata così felice.

Da quel giorno il sorriso non se ne andò più dalle sue labbra. Nonostante la perdita dello sgabello magico Nighneag si sentiva spensierata e, durante le lunghe giornate di lavoro, cantava senza sosta. La sua bellezza continuò a non avere eguali, tanto che un giorno il figlio più giovane del signore di quelle terre chiese la sua mano. E, spero che siate d'accordo, questa è la giusta conclusione di una storia tanto strana e singolare.

Estratto del libro “Fiabe Celtiche” ed. Giunti

 

LA DONNA CHE RIUSCÌ A METTERE NEL SACCO I FOLLETTI

C'era una volta una fornaia così provetta che tutto ciò che usciva dal suo forno era addirittura irresistibile. Sfornava focacce d'avena di una delicatezza tale da sembrare tortine di grano e le sue tortine di grano erano talmente soffici e gustose da competere con i migliori pasticcini; forse neppure gli dei avevano mai gustato pasticcini sublimi quanto i suoi.

La sua fama era nota e indiscussa non solo nel paese in cui viveva, ma anche nelle sette contee vicine: chiunque nel giro di molte miglia desse una festa, celebrasse un matrimonio o un battesimo non mancava di commissionarle qualche prelibatezza, e anche le famiglie più altolocate della regione si rivolgevano a lei.

La donna non era solo dotata, ma anche onesta e di buon cuore. Non disdegnava un lauto compenso da chi poteva permetterselo, ma sapeva essere generosa con le persone meno abbienti. Se, ad esempio, un pover'uomo fosse andato a chiederle di preparare un dolce per una speciale ricorrenza e le avesse offerto timidamente il poco denaro che aveva, la fornaia avrebbe rimandato il pagamento al momento del ritiro. Poi si sarebbe messa all'opera, avrebbe preparato un impasto delizioso, facendolo cuocere come solo lei sapeva fare, e avrebbe fatto pervenire il dolce, che non aveva nulla da invidiare a quelli confezionati per i nobili, a chi glielo aveva ordinato. Il suo tatto faceva sì che non dimenticasse mai di accludere al dono i migliori auguri, da parte sua e del marito, per il nuovo nato o per gli sposi novelli, così da non ferire i sentimenti di alcuno. La donna, insomma, poteva vantare notevoli qualità, ma quella che fece la sua fortuna fu l'arguzia.

Talvolta, durante la notte, i folletti che vivevano nella collinetta fatata nelle vicinanze raggiungevano il paese e, mentre tutti dormivano, cercavano nelle cucine qualche avanzo di dolce, prediligendo, come è facile immaginare, quelli della fornaia. Ma quei dolci erano tanto buoni che difficilmente ne avanzava più di una manciata di briciole.

I folletti cominciarono a sognare di avere la fornaia a loro completa disposizione, per poterle commissionare ogni sorta di leccornia, Finché un bel giorno decisero di realizzare il sogno segreto: rapire la fornaia e tenerla per sempre con loro a preparare delizie da non condividere con nessuno. L'occasione adatta non tardò a presentarsi. Origliando dal buco della serratura della casa della fornaia, un folletto venne a sapere che la donna era stata incaricata di preparare i dolci per la festa di matrimonio che si sarebbe tenuta al castello. Si trattava di una celebrazione importante con centinaia di invitati e la fornaia avrebbe quindi trascorso l'intera giornata nelle cucine del palazzo, sfornando dolci da mattina a sera. Non sarebbe rincasata che all'imbrunire.

I folletti misero a punto il loro piano. La strada che dal castello portava al paese passava proprio nei pressi della collinetta fatata in cui vivevano. Con il favore del buio si appostarono e attesero nascosti nelle corolle dei fiori o sotto le foglie.
Quando la fornaia fu vicina, i folletti scivolarono silenziosi fuori dai loro nascondigli e la circondarono.

"Quante lucciole ci sono questa notte!" pensò la donna. Si trattava delle ali dei folletti che scintillavano sotto i raggi della luna ma, prima ancora che riuscisse a rendersene conto, i suoi rapitori le soffiarono polline di felce negli occhi. Le energie l'abbandonarono all'istante.

"Forse oggi ho lavorato troppo" disse fra sé dopo un sonoro sbadiglio. "Ho bisogno di fermarmi un attimo a riposare. Si sentiva talmente stanca che si accasciò su una soffice zolla erbosa lì accanto. Era la collinetta fatata: appena la toccò cadde in potere dei suoi abitanti.

Quando riaprì gli occhi la donna si trovava nel regno dei folletti. La sua arguzia le fece intuire immediatamente dove si trovava e come vi era arrivata, ma riuscì a non perdersi d'animo.

"Che fortuna!" disse con voce allegra. "Ho sempre desiderato visitare il regno dei folletti!" I folletti le spiegarono cosa volevano da lei.

"Non ho la minima intenzione di passare qui il resto della mia vita" pensò la fornaia, "ma fingerò di stare al gioco." "Ma certo, povere creaturine!" disse con partecipazione. "Chissà quanti dolci mi avete vista preparare e mai uno per voi!"
"Non vi preoccupate" aggiunse estraendo un grembiule pulito dalla borsa e legandoselo in vita, "rimedieremo subito." I folletti esultarono per tanta disponibilità, leccandosi la labbra al pensiero del magnifico dolce che presto avrebbero gustato.

"Bene" disse la donna, "innanzitutto bisogna procurarsi gli ingredienti necessari."
''Temo che non abbiate l'occorrente!" concluse dopo aver dato una rapida occhiata in giro. "Bisognerà andare a prenderlo nella mia cucina." I folletti, che ormai pensavano solo al dolce, non esitarono a mettersi a disposizione della fornaia. Qualcuno corse dunque a prendere la farina e qualcun altro lo zucchero, uno portò il cestino delle uova e un altro un panetto di burro; tutti correvano avanti e indietro per procurare quello che serviva.

"Ecco, siamo pronti per incominciare" dichiarò infine la fornaia, "sempre ammesso che abbiate una ciotola adatta per l'impasto." In tutta la collina non fu possibile scovare un recipiente più grande di una tazzina da tè.

"Non c'è altro da fare" sentenziò la donna. "Dovete tornare nella mia cucina e prendere  la grande ciotola di terracotta gialla che si trova sullo scaffale sopra l'acquaio." I folletti andarono a prenderla di buon grado, ma non era ancora finita: mancavano anche i cucchiai di legno, la frusta per le uova e mille altri arnesi. E ogni volta i folletti dovevano volare avanti e indietro per portare tutte quelle cose. Solo il pensiero del dolce dava loro la forza per sopportare tanta fatica.
Finalmente la donna iniziò a dosare, sbattere e mescolare gli ingredienti, quando d'un tratto si fermò.

"È inutile!" disse con un sospiro. "Senza le fusa del mio gatto non riesco a impastare." "Andate a prendere il gatto!" fu l'ordine del re dei folletti.

Arrivò dunque il gatto, che si adagiò ai piedi della fornaia e iniziò a fare le fusa. La donna tornò a impugnare il cucchiaio di legno e prese a mescolare l'impasto con vigore. Presto però si interruppe nuovamente.

"Quanto mi manca il mio cane" disse con un nuovo profondo sospiro. "Sono così abituata a mescolare seguendo la cadenza del suo respiro che senza di lui mi sembra di non riuscire a trovare il ritmo giusto." "Andate a prendere il cane!" gridò il re dei folletti che iniziava a spazientirsi. Fu portato anche il cane, che si acciambellò accanto al gatto. L'uno russava, l'altro faceva le fusa, la donna impastava e tutto sembrava andare finalmente per il verso giusto.

"Sono tanto preoccupata per il mio bimbo" proruppe dopo non molto la fornaia. "Ho passato così tante ore lontana da lui proprio ora che un nuovo dentino sta per spuntare. Temo di non farcela a impastare..." "Andate a prendere il bambino!" tuonò il re dei folletti, senza neppure attendere la fine del discorso.

Fu portato anche il figlioletto che, come la donna aveva previsto, appena vide la madre iniziò a strillare a più non posso: erano molte ore che non mangiava e non si lasciava imboccare da altri che da lei.

"Mi dispiace darvi tanto disturbo" disse a gran voce la donna, cercando di sovrastare le urla del bambino.

"Ma se smetto di impastare ora rischio di compromettere la riuscita del dolce. Ci vorrebbe mio marito..." Questa volta i folletti non attesero nemmeno gli ordini del loro re per volare a prendere l'uomo.

La fornaia mescolava l'impasto, il bimbo non smetteva di urlare, il gatto faceva le fusa, il cane russava e l'uomo si sfregava gli occhi incredulo: prima gli erano spariti da sotto il naso tutti gli utensili della cucina, poi i folletti lo avevano preso di peso e portato via in volo e adesso era piombato in mezzo a una confusione indescrivibile. Ma accanto a lui ora c'era sua moglie e, dove c'era lei, le cose si rimettevano sempre per il verso giusto.

Per completare l'opera, la fornaia porse un cucchiaio di legno al bambino che, senza smettere di urlare, iniziò a picchiarlo da tutte le parti. Era evidente che quel frastuono infastidiva non poco i folletti; questi però cercavano di non perdersi d'animo, convinti che tra non molto loro fatiche sarebbero state ricompensate.
La fornaia impugnò la frusta e prese a sbattere le uova. "Pizzica il cane!" bisbigliò al marito. L' uomo aveva tanta fiducia nella moglie che, anche se l'intera situazione gli sembrava assurda, si mise a pizzicare il cane: l'animale reagì abbaiando fortissimo.

"UAF! UAF!" faceva il cane, mentre il bimbo continuava a strillare, la frusta per le uova sibilava e i colpi del cucchiaio di legno rimbombavano.

"Tira la coda al gatto" sussurrò di nuovo la fornaia al marito, che riuscì a stento a udirla in mezzo a tutto quel frastuono. L' uomo ormai aveva capito cosa voleva la moglie e senza ulteriori imbeccate continuò a schiacciare con il piede la coda del povero animale, che prese a strepitare come una dozzina di anime dannate.
"l dolci sono pronti per la cottura" annunciò la donna con un sorriso. "Dov'è il forno?" "Non abbiamo forni" rispose con voce fioca la loro regina dopo un lungo attimo di esitazione generale. "Ma come posso cuocere i dolci, allora?" insistette la fornaia. 1 folletti si guardavano sgomenti, senza riuscire a dare una risposta.

"Ho un'idea" riprese la donna, "potreste riportarmi a casa con i dolci giusto per il tempo necessario alla cottura. Poi mi riporterete qui." I folletti spostavano lo sguardo dal bambino al cucchiaio di legno, dal cane al gatto, dall'uomo alla frusta per le uova, tenendo il fiato sospeso.

"Andate, potete tornare tutti a casa" sentenziò infine il re dei folletti. "Purché non ci chiediate di portarvici: siamo troppo stanchi!" Tirarono tutti un sospiro di sollievo ma la donna, malgrado la soddisfazione per essere riuscita nel suo intento, era sinceramente dispiaciuta per i folletti.

"Non posso lasciarvi senza neppure un dolcetto!" disse con slancio. "Ecco cosa farò. Appena sarò a casa, farò cuocere i dolci e li riporterò vicino alla collinetta, proprio nel punto in cui mi avete trovata. Non dovrete far altro che prenderli e mangiarli. Anzi, farò di meglio: vi prometto che ne preparerò uno alla fine di ogni settimana." A quelle parole i folletti ritrovarono il buonumore.

La frusta sibilava: il bambino urlava, il cucchiaio di legno batteva, ti cane abbaiava, il gatto lanciava miagolii acutissimi e tutti insieme facevano un gran baccano. I folletti cominciarono a volare in cerchio cercando inutilmente di proteggersi le orecchie.

L'arguta fornaia aveva architettato di arrivare a quel punto, ben sapendo ciò che i folletti amano e ciò che detestano. Posò la frusta e versò con destrezza l'impasto nelle teglie, sfilò il cucchiaio dalle mani del bimbo, lo prese in braccio e gli diede una zolletta di zucchero, poi fece cenno al marito di lasciar stare cane e gatto. Come d'incanto la quiete tornò a regnare nella collinetta e i folletti si accasciarono a terra, stremati.

"Accettiamo volentieri l'offerta ma non lasceremo che tu ci batta in generosità" ribatté il re dei folletti.

"Quando andremo a ritirare i dolci, lasceremo a nostra volta un piccolo omaggio per te." La fornaia raccolse le teglie e invitò il marito a seguirla con i cucchiai, la frusta, la ciotola, il bambino, il cane e il gatto. Bastò un cenno del sovrano perché la collina si aprisse. La famigliola riprese la strada che passava vicino alla collinetta e tornò tranquillamente a casa.

La donna mise i dolci nel forno, diede al bambino la sua cena, poi scodellò il porridge che si era mantenuto caldo nel focolare.

La casa era come sempre immersa nella quiete. Non si sentiva alcun rumore, fatta eccezione per il ticchettio dell'orologio, il fischio della teiera, le fusa del gatto e il respiro profondo del cane.

L' uomo, felice della serenità ritrovata, guardava la moglie con orgoglio. "Non solo sei una fornaia eccezionale" le sussurrò dolcemente, "sei anche la donna più arguta del mondo!"

Era proprio così le due qualità non tardarono a fare la fortuna della famigliola. Quando infatti i dolci furono cotti a puntino, la donna li avvolse ancora tiepidi in un panno e andò a portarli, come promesso, accanto alla collinetta fatata. La fornaia stava chinandosi per depositare a terra il delizioso omaggio, quando notò tra l'erba una piccola borsa marrone. La raccolse, l'aprì e questa volta rimase davvero senza parole: era colma di pepite d'oro giallo scintillante.

La stessa scena continuò a ripetersi, settimana dopo settimana, mese dopo mese: un dolce per i folletti, una borsa d'oro per la fornaia.

I folletti, come è facile immaginare, non cercarono mai più di entrare in contatto diretto con la famigliola, divenuta ormai molto ricca: il patto non venne mai rotto e tutti vissero felici e contenti.

Estratto del libro “Fiabe Celtiche” ed. Giunti

 

UNA STORIA DA RACCONTARE

C'era una volta un uomo dell'isola di Uist che stava tornando verso casa dopo un lungo viaggio, in un tempo nel quale viaggiare era una cosa ben più difficile e faticosa di oggi.

In quei giorni i viandanti erano soliti recarsi a Uist passando per l'isola di Skye, attraversando il mare da Dunvegan a Lochmaddy. Il nostro uomo era stato in una regione interna della Scozia a lavorare come bracciante durante il periodo della mietitura. Nel suo viaggio verso casa, attraversando a piedi l'isola di Skye, fu colto dall'oscurità della sera mentre si trovava in prossimità di una fattoria dove pensò di chiedere ospitalità fino al mattino seguente. La strada da percorrere era ancora tanta e una buona notte di riposo sarebbe stata provvidenziale. Quando bussò alla porta della casa, l'uomo che vi abitava lo accolse dandogli il benvenuto, lo fece entrare nella stanza riscaldata dal fuoco di torba che ardeva nel focolare e gli diede di che mangiare e bere. Poi gli chiese se avesse qualche storia o favola da raccontare. L'uomo di Uist rispose che non era in grado di ricordarne nemmeno una.
"È molto strano che non abbiate nemmeno una storia da narrare" disse l'uomo che l'ospitava. "Sono sicuro che ne avrete ascoltate parecchie, nella vostra vita." "Certo, mi è capitato, ma in questo momento non me ne viene in mente nessuna" rispose l'uomo di Uist.

Il padrone di casa iniziò allora a raccontare le storie e le fiabe che conosceva e le lunghe ore della sera passarono piacevolmente fino a che arrivò il momento di coricarsi. A notte ormai inoltrata i due si alzarono dalle sedie accanto al fuoco per andare a dormire e il fattore condusse l'uomo di Uist in uno stanzino accanto alla porta d'ingresso dove si trovava un letto di paglia e gli augurò la buona notte.
Nello stanzino, fissati ad alcuni ganci, c'erano diversi pezzi di carne salata appesi a stagionare. Non molto tempo dopo essersi messo a letto, il viaggiatore udì la porta della casa che si apriva e vide entrare furtivamente due figuri, i quali staccarono dai ganci i pezzi di carne salata e se li portarono via, senza accorgersi della presenza dell'uomo sdraiato nel letto. L'uomo di Uist pensò tra sé e sé che sarebbe stata proprio una gran brutta faccenda se quei tipacci si fossero portati via la carne, perché gli abitanti della casa avrebbero pensato che era stato lui a farla sparire. Rivestitosi in fretta e furia, si mise a correre dietro ai ladri.
Dopo un po' di tempo che li inseguiva, uno di essi si voltò e lo vide, mentre cercava di osservare le loro mosse nascosto dietro a un cespuglio. Il fuorilegge disse allora al suo compare: "Dietro quel cespuglio, là in fondo, c'è un tizio che ci sta seguendo! Scommetto che ci ha visti rubare la carne. Torniamo indietro e acciuffiamolo, prima che possa andare a raccontare a qualcuno quello che ha visto!" I due tornarono sui loro passi, e l'uomo di Uist si mise a correre con le gambe in spalla verso la casa, dove contava di trovare rifugio. Ma i ladri riuscirono ad aggirarlo e a mettersi fra lui e la fattoria. Quando se ne accorse, l'uomo prese immediatamente un'altra direzione senza smettere di correre, e continuò a scappare finché a un certo punto udì il rumore delle rapide di un grande fiume che scorreva nelle vicinanze. Decise così di cercare la salvezza nascondendosi fra la vegetazione che cresceva lungo le sue rive. Preso dal panico, inseguito da vicino dai due malviventi, l'uomo di Uist perse l'equilibrio e cadde nel fiume, dove la corrente lo trascinò via come un fuscello. Fu più volte sul punto di venire inghiottito dai gorghi e di affogare miseramente, ma alla fine riuscì ad aggrapparsi al ramo di un albero che cresceva sulla sponda a lui più vicina, e vi si tenne attaccato con tutte le sue forze.

Era troppo terrorizzato per cercare di spostarsi da quella scomodissima posizione; da lì poteva udire i due uomini che continuavano a cercarlo lungo la riva del fiume, passando e ripassando vicino al punto nel quale si trovava. Nel tentativo di farlo uscire dal suo rifugio, i due malviventi gettavano pietre negli anfratti nascosti dal folto degli alberi e l'uomo poteva sentire le pietre che volavano tutt'intorno a lui.

Rimase nascosto fino all'alba. Era stata una notte molto fredda, e quando cercò di uscire dall'acqua del fiume non vi riuscì, perchè le sue gambe erano tanto indolenzite che non riusciva a muoverle. Allora cercò di richiamare l'attenzione gridando, ma neanche questo gli fu possibile. Alla fine riuscì a emettere un urlo soffocato facendo un gran balzo in avanti e, improvvisamente, si svegliò. Si trovava sul pavimento a fianco del letto, aggrappato con entrambe le mani alla coperta. L' uomo che lo aveva ospitato aveva gettato un incantesimo su di lui durante la notte!

Il mattino dopo, mentre stavano facendo colazione, il fattore gli disse: "Bene, sono sicuro che dovunque vi troverete, la notte prossima, avrete una storia da raccontare anche se la notte scorsa non ne avevate."

Questo è ciò che accadde all'uomo che non aveva storie da raccontare. Tutti noi dovremmo ricordarcene e tenere in serbo almeno una storia o una fiaba da poter narrare a chi ci sta vicino, nelle lunghe nottate accanto al fuoco.


 

IL SUONATORE DI CORNAMUSA DI KEIL

Una tenebrosa grotta si apre, minacciosa, tra le frastagliate scogliere della costa del Kintyre. Si racconta che, molto tempo fa, questa grotta fosse abitata da fate e folletti. Subito oltre il suo nero ingresso, una ragnatela di strettissime gallerie si diramava fin dentro le profondità della terra, raggiungendo la grande sala di ritrovo del Piccolo Popolo. Migliaia di ceri fatati illuminavano l'antro, mentre invisibili suonatori diffondevano magiche melodie. Qui i folletti si ritrovavano per far festa e danzare attorno alla loro Regina e sempre qui venivano pronunciate le sentenze contro i mortali scoperti a penetrare nei loro territori.

Quasi nessuno però era tanto audace o incosciente da spingersi oltre il tenebroso ingresso della grotta. Gli abitanti della costa erano ben consapevoli dei pericoli e degli incantesimi a cui ogni mortale andava Incontro se avesse osato profanare quei territori. E qui inizia la nostra storia.

A Keil viveva un giovane di nome Alasdair, un bravissimo suonatore di cornamusa la cui abilità era nota in tutto il Kintyre. Al termine di una faticosa giornata di lavoro, i suoi compaesani si riunivano per far festa nelle calde stanze che rosseggiavano per le fiamme dei bracieri di torba.

E Alasdair li accompagnava eseguendo antiche arie, quelle conosciute già dai loro antenati: al ritmo di un reel riusciva a far danzare tutti i presenti e a rallegrare gli spiriti, riscaldati da frequenti giri di spumeggianti boccali di birra. Accanto ad Alasdair non mancava mai il suo piccolo terrier: cane e padrone erano inseparabili come una mamma e il suo piccino! Una di quelle sere, proprio mentre danze e allegria erano al culmine, Alasdair interruppe la musica e, reso audace dalle molte sorsate di birra, si rivolse così ai compagni festanti: "Ora vi suonerò un'aria così dolce e sconvolgente da risultare ancora più bella di quelle eseguite dai menestrelli del Piccolo Popolo, laggiù nella grotta della scogliera."
Quindi sollevò la cornamusa per riprendere a suonare. Gli amici della compagnia lo guardarono sbalorditi per la sua temeraria affermazione. A tutti era noto come i folletti fossero gelosi e diventassero gelosi e aggressivi verso quei mortali che avessero cercato di misurarsi con loro.

Alasdair non riuscì comunque a trarre più di un paio di note dalla sua cornamusa perchè Iain MacGraw, un fattore del luogo, lo interruppe, rivolgendosi a tutti i presenti: "Ascoltami Alasdair: sarebbe più prudente se ritirassi ciò che hai appena affermato. Tu sei certamente il più abile suonatore di cornamusa del Kintyre, ma sappiamo anche che gli abitanti della grotta misteriosa sono capaci di emettere melodie tanto struggenti da allontanare un bimbo dalla sua mamma o un uomo dalla donna che ama." Sorridendo, ma con fermezza e presunzione, il suonatore di cornamusa gli rispose: "Ho ascoltato il tuo pensiero, Iain MacGraw e non posso far finta di niente. Ma scommetto con te che questa notte stessa riuscirò a introdurmi nella grotta sulla scogliera e poi a uscirne senza subire alcun danno: nessun folletto potrà ostacolare il mio cammino con una melodia più soave o più gaia di questa!" I presenti rimasero ammutoliti nell'udire l'avventato proposito del suonatore, ma Alasdair, incurante dello sconcerto che aveva creato, riprese in braccio la cornamusa e le note incantatrici della Melodia senza nome" si diffusero nelle stanze. Nessuno dei presenti aveva mai udito un'aria più soave o più gaia di quella!

La notizia della sfida di Alasdair arrivò in un battibaleno alle orecchie del Piccolo Popolo che si trovava riunito nella sala centrale della grotta. Un grande sdegno e risentimento verso l'imprudente suonatore di cornamusa di Keil serpeggiavano nelle menti e nei cuori degli abitanti del mondo sotterraneo. Il popolo delle caverne si preparò a vendicare l'offesa: i menestrelli fatati mutarono la loro musica in una melodia minacciosa, le migliaia di magici ceri sprigionarono bagliori funesti e la stessa Regina degli Elfi preparò un potente incantesimo il cui effetto fosse fatale per l'incauto suonatore di cornamusa, se questi si fosse davvero arrischiato a entrare nel suo regno.

Alasdair, intanto, si allontanò dal luogo di ritrovo per dirigersi verso la scogliera, continuando a suonare la "Melodia senza nome" in compagnia del piccolo terrier. Il cane, lui sì, forse aveva avuto un cattivo presentimento visto che gli si erano drizzati i peli e un ringhio feroce gli era uscito dalla gola. Ma, affezionato com'era al suo padrone, continuò a marciargli accanto fino all'ingresso della buia caverna.
Arrivati che furono, i compaesani di Alasdair si scostarono di lato e rimasero a osservare. Senza alcuna esitazione, con il kilt che ondeggiava al ritmo dei suoi passi e il berretto fieramente calcato sulla testa, il suonatore di cornamusa si avviò nell'oscurità della caverna, insieme al cagnolino che gli trotterellava accanto.
I presenti cercarono di aguzzare la vista per penetrare l'oscurità della grotta e vedere, fin dove possibile, Alasdair che si allontanava. Ma riuscirono solo a udire il limpido suono della cornamusa che svaniva nel buio. Numerosi furono coloro che, scuotendo il capo, dissero: "Non ci voglio pensare ma ho paura che non lo rivedremo più il nostro bravo suonatore di cornamusa.

Passarono solo pochi minuti e il gioioso suono della cornamusa di colpo si trasformò in uno sgraziato stridore. Una soprannaturale risata, come un'eco rifratta dalle profondità della terra, si fece strada attraverso cunicoli e anfratti per giungere fino alle loro orecchie, all'ingresso della grotta. Poi, il silenzio.
I vicini di Alasdair non avevano più il coraggio di muoversi. Bloccati dal terrore, come statue di ghiaccio, videro uscire dall'imboccatura della caverna un cagnolino stravolto dalla paura, che zoppicava e si lamentava senza sosta. Ben difficile era riconoscere in quel corpo completamente privo di peli, il piccolo terrier di Alasdair che correva fuori dalla grotta come inseguito dai verdi, feroci segugi del Piccolo Popolo.

Ma di Alasdair, nessuna traccia. Alcuni compaesani attesero fino al mattino inoltrato, quando il sole aveva già fugato i rosati chiarori dell'alba marina. Vanamente si protendevano sull'ingresso della grotta, chiamandolo con le mani ai lati della bocca nel tentativo di dar più forza alle loro grida: il suonatore di cornamusa di Keil non fu mai più visto. Non un uomo, in tutto il Kintyre, avrebbe avuto il coraggio di oltrepassare il buio impenetrabile che si stendeva oltre la nera fenditura sulla scogliera, per avventurarsi in una vana ricerca. Tutti avevano udito quella risata disumana che ancora adesso provocava brividi di terrore lungo la schiena.

Qualcuno potrebbe pensare che la vicenda del suonatore di Keil si chiuda qui. Invece, ha un seguito. Parecchio tempo dopo i fatti che abbiamo raccontato, una notte il fattore Iain McGraw e sua moglie sedevano accanto al focolare della loro casa, che distava svariate miglia dalla costa.

A un certo punto alla donna parve di udire un suono misterioso e accostò l'orecchio al piano di pietra del camino. "Ascolta, marito mio, non senti anche tu il suono di una cornamusa?" chiese al suo uomo.

Il fattore poggiò l'orecchio sulla pietra e, pochi minuti dopo, sollevò il capo indirizzando alla moglie uno sguardo stupefatto. La dolce musica che entrambi avevano udito non era altro che la "Melodia senza nome" e, senza dubbio alcuno, il suonatore era Alasdair in persona che scontava la pena inflittagli dal Piccolo Popolo: vagare per l'eternità nel dedalo dei cunicoli che occupavano un'immensa superficie sotto la terra.

La coppia, intanto, era rimasta in ascolto. La melodia tacque improvvisa e fu sostituita dalla voce del suonatore che innalzava il suo lamento: "Io credo, io temo che mai potrò vincere. Orrore per la mia pena infinita!"

Ancora oggi si racconta che, nel luogo dove sorgeva la fattoria di Iain McGraw, qualcuno abbia udito provenire dalle viscere della terra il malinconico suono della cornamusa e che, come ogni volta, un disperato lamento abbia interrotto la dolce melodia.


Estratto del libro “Fiabe Celtiche” ed. Giunti

IL BIMBO SOSTITUITO E LA VECCHIA SAGGIA

C'era una volta una giovane mamma che pensava, come spesso accade, che il suo bimbo fosse così bello da non avere rivali nel mondo. Andava ripetendo a tutti questa sua convinzione benché avessero più volte tentato di spiegarle che un simile comportamento poteva essere fonte di grandi sventure.

"Perché non dovrei farlo sapere a tutti?" insisteva la donna. "La verità è che non si è mai visto un bimbo bello come il mio piccino." "Non sai che cosa potrebbe succedere" borbottavano i compaesani scuotendo il capo. "Stai attenta o te ne pentirai." Il bimbo, intanto, continuava a crescere in buona salute e sempre più bello, finché uno sfortunato giorno la mamma si avviò sulla collina per raccogliere mirtilli. Fece una bella passeggiata reggendo il bimbo con un braccio e una cesta con l'altro; poi, giunta in una radura coperta da soffice erba e racchiusa da verdi cespugli, distese lo scialle sul prato e vi adagiò il bambino. Solo così avrebbe potuto raccogliere una grande quantità di mirtilli; con i suoi giochi infatti il bimbo l'avrebbe senz'altro intralciata, per non dire dei mirtilli che probabilmente avrebbe tolto dal cesto alla stessa velocità con cui lei li raccoglieva.

La giovane donna si mise dunque all'opera e, un mirtillo dopo l'altro, senza neppure avvedersene, si spostò sempre più lontano dalla radura in cui aveva lasciato il piccino. Il cesto era ormai colmo quando dalla radura iniziarono a levarsi degli acutissimi strilli.

"Non mi ero accorta di averlo abbandonato così a lungo" pensò, correndo preoccupata verso lo spiazzo erboso.

Sempre sdraiato sullo scialle, il bimbo aveva il viso rosso e grinzoso per il pianto incessante; a nulla valsero baci e dolci parole, il piccolo non faceva che urlare e scalciare. Alla donna non restò che prenderselo in braccio e avviarsi verso casa in tutta fretta.

Appena toccò la sua culla, il piccino, che aveva continuato a sbraitare per tutto il tragitto, raddoppiò le urla. Nonostante provasse con tutto il suo amore di mamma la donna non riusciva a calmarlo; l'unico momento in cui gli strepiti cessarono fu quando gli offrì del cibo. Anche in questa circostanza però il comportamento del bambino si dimostrò alquanto strano: sembrava infatti che non riuscisse mai a saziarsene. La sua bocca era sempre aperta e le cucchiaiate di pappa d'avena non bastavano mai. La sua fame era tale che fece rapidamente sparire tre scodelle di pappa, una gran ciotola di latte e svariate focaccine. E, ancora, non si mostrava soddisfatto. Avrebbe continuato a mangiare se la mamma, sbalordita da come una creatura così piccola fosse riuscita a ingurgitare tanto cibo, non avesse deciso di smettere di assecondarlo.

Ormai era impossibile negarlo: il bimbo era indiscutibilmente cambiato e, come se non bastasse, anche il suo aspetto continuava a mutare. Nel giro di poco tempo, gambe e braccia si fecero magre come stecchi, lo sterno sporgente come quello di un pollo spennato e la testa divenne tanto grande da risultare del tutto sproporzionata al resto del corpo. Inoltre continuava a urlare e a essere perennemente affamato, malgrado fosse nutrito con grandi quantità di cibo. Il suo viso era diventato come quello di un vecchietto: rosso e grinzoso per il gran piangere. La mamma era a dir poco disperata.

Venuti a conoscenza dell'accaduto e di come la donna fosse incapace di risolvere i problemi del bimbo, i paesani andarono a trovarla con l'intenzione di fornirle aiuto. Ma quando videro il piccolo, non poterono far altro che scuotere la testa e andarsene. Come furono lontani dalla casa e sicuri che la mamma non potesse udirli, si misero a discutere tra loro.

"L'avevamo avvertita" diceva uno. "Ma certo, è chiaro come il sole" insisteva un altro. E ancora: "Gliel'avevamo detto che avrebbe finito per pentirsene!" "Già, a furia di vantarsi della bellezza del bambino! È stato come volersi mettere nei guai da sola." Tutti annuirono con saccente condiscendenza. Ma nessuno ebbe il coraggio di andare dalla donna e dirle in faccia le conclusioni alle quali erano arrivati.

Qualche tempo dopo, una vecchia che viveva a poca distanza dal villaggio venne a conoscenza delle disavventure di mamma e bambino. La vecchia era nota a tutti per la sua saggezza e si diceva anche per la conoscenza delle arti magiche, tanto che in molti la ritenevano una strega. Per accertarsi delle notizie che le erano giunte, la donna si mise lo scialle sulle spalle, chiuse la porta di casa e si incamminò verso la dimora della povera mamma. Si presentò, entrò ed esaminò a lungo il piccolino.

"Cara ragazza" sentenziò infine, "non c'è proprio da stupirsi se il bimbo non sta bene. Questo non è tuo figlio. Nella culla c'è un altro bambino: qualcuno lo ha sostituito con il tuo figliolo." A quelle parole la mamma scoppiò a piangere, nascondendo il viso nel grembiule.

"Sai cosa temo?" aggiunse la vecchia in tono di rimprovero. "Che tu sia andata in giro decantando a tutti la bellezza del tuo bimbo." "Oh sì, è proprio così!" si disperò la giovane mamma. "E sì che mi avevano messa in guardia." "Ecco come è andata" spiegò la vecchia. "Le fate hanno sentito le tue lodi e hanno deciso di portarsi via il tuo bel bambino. Così lo hanno rapito mettendo al suo posto il loro brutto marmocchio." La donna era sempre più sconvolta.

"Quando possono aver fatto la sostituzione?" chiese la vecchia. La povera mamma smise di piangere per un istante: "Sulla collina, quando raccoglievo i mirtilli. È rimasto solo per pochi minuti e da allora non è più lo stesso." Poi ricominciò a piangere quasi quanto il bimbo che urlava nella culla.

"Calmati, ragazza mia e smetti di lamentarti" la rimproverò la vecchia. "Anche le situazioni più gravi hanno qualche via d'uscita. Corri a prendere un bel fascio dell'erba della radura sulla collina e dammi lo scialle sul quale hai adagiato il piccolo. Vedrai, riusciremo presto a rendere l'intruso alle fate e a riavere indietro il tuo bimbo." La mamma corse d'un fiato su per la collina, raggiunse lo spiazzo erboso e raccolse un bel po' di erba.

Poi tornò a casa dalla vecchia che prese lo scialle su cui era stato adagiato il piccolo, lo avvolse attorno al fascio d'erba e si mise il fagotto sulle ginocchia, cullandolo come un bimbo.

"Siediti accanto alla culla" disse alla giovane mamma, "e stai ben attenta a non muoverti e a non parlare fino a quando non te lo dirò io." La vecchia si mise quindi all'opera. Riempì d'acqua un gran pentolone e lo mise sul focolare senza smettere di cullare il fascio d'erba avvolto nello scialle. Ben presto l'acqua iniziò a bollire; la vecchia attizzò di nuovo il fuoco e, quando il pentolone sembrava quasi un vulcano, si mise il fagotto sotto un braccio, afferrò un grosso mestolo di legno e prese a rimescolare l'acqua vorticosamente.

A ogni giro di mestolo ripeteva questa cantilena:


"Fuoco, fuoco, avvampa, avvampa!

Fai quest'acqua calda, calda!

Fai bollire il pentolone!

Ecco il marmocchio nel calderone!"


E con un gesto repentino gettò il fascio d'erba avvolto nello scialle dentro l'acqua bollente! All'improvviso il bimbo sdraiato nella culla balzò a sedere, lanciando un urlaccio acuto: "Mamma!" chiamò a gran voce, "vieni subito a prendermi, stanno per buttarmi nel pentolone!" La porta di casa si spalancò con un gran frastuono e una fata dall'aspetto sconvolto si precipitò nella stanza. Senza proferire parola, sollevò il suo marmocchio dalla culla e, senza tanti complimenti, vi lasciò cadere il bimbo rapito.

"Tieniti il tuo bambino che io mi terrò il mio!" strillò, e in men che non si dica era già uscita dalla porta.

"Bene, bene" disse la vecchia soddisfatta. "Prendi pure in braccio il piccolino perché questo è davvero il tuo figliolo." Quindi uscì dalla porta avviandosi verso la sua dimora. La giovane mamma, con il volto rigato da lacrimoni di gioia, corse a riabbracciare il suo bambino e, tenendolo sempre stretto a sé, rincorse la vecchia per ringraziarla. Questa però le rivolse un unico ammonimento: "D'ora in poi bada a non andartene in giro vantandoti stoltamente dei tuoi bambini." Negli anni che seguirono la giovane donna ebbe numerosi altri figlioli, uno più bello dell'altro, ma nessuno la udì mai pronunciare ad alta voce una sola parola di compiacimento sulle sue creature. Aveva imparato la lezione: potrebbe sempre esserci una fata pronta ad ascoltare nei dintorni.

 

Estratto del libro “Fiabe Celtiche” ed. Giunti

 

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