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Ciclo Arturiano

Il ciclo Arturiano o bretone, è una raccolta di leggende e miti legati alle isole britanniche, in cui si narrano le vicende dell’antico popolo dei celti e in particolare di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda.

Tale copiosa letteratura si sviluppò durante il Basso Medioevo su impulso della Historia Regum Britanniae, uno scritto del 1136 opera dello storico gallese Goffredo di Monmouth. In tale testo, in cui Goffredo racconta circa 2000 anni di storia delle varie dinastie bretoni, pare egli abbia anche inserito le cosiddette “Profezie di Merlino”, una raccolta di suoi scritti precedenti, compendio delle ballate del Bardo Myrddin Wyllt risalenti a mezzo secolo prima e comunque di altri bardi gallesi.

Successivamente, tale tipo di letteratura ebbe un grande risalto ed espansione in Francia, in particolare con Chrétien de Troyes, seguito da numerosi altri autori, anche nel corso dei secoli successivi. Le opere, scritte soprattutto in lingua romanza, hanno come filo conduttore l’amor cortese e la ricerca di avventure.

Al giorno d’oggi, complice la copiosa letteratura fantasy e la produzione cinematografica, grandi e piccini ormai conoscono il personaggio Artù, il druido Merlino suo mentore e Morgana la perfida fata.

 

V secolo era volgare. La Britannia è ormai divenuta terra di conquista, stritolata tra l’oppressore romano e il costante pericolo delle invasioni sassoni. Alla morte dell’ultimo grande Re, Ambrosio Aureliano, l’isola perde anche parte della sua identità, dilaniata dalle guerre intestine dei vari condottieri che rivendicavano l’indipendenza del proprio territorio. A latere la sempre più preponderante diffusione del nuovo credo cristiano in forte contrasto con la tradizione millenaria della religione druidica, peraltro molto radicata tra le popolazioni del luogo.

Era pertanto necessario individuare un sovrano che per carisma, tenacia e spirito guerriero, superasse le differenze tra clan e riunisse la Britannia sotto un’unica bandiera. Tra i vari contendenti la scelta cadde su Uter Pendragon, valido delfino del defunto Ambrosio che raccolse i consensi unanimi di tutti i pretendenti al trono. A decidere le sorti di questa vicenda entrano in gioco il Druido Merlino, poi mentore stesso di Uter e Viviana, la Signora di Avalon, rispettivamente incarnazioni del Dio e della Dea dell’antica religione Celtica. Tali figure, soprattutto il primo, che avranno un ruolo preponderante sui futuri destini di quelle terre, auspicavano anche la venuta di un Re Sacro che potesse, non solo riunire il popolo, ma che si ergesse anche a difensore di Avalon oltreché del Cristianesimo.

 

A seguito di una visione, Viviana predisse a Merlino l’avvento del nuovo sovrano, che sarebbe dovuto nascere dall’unione di sua sorella Igraine, peraltro già sposata con Gorlois, duca di Cornovaglia e il Re dei re Uter Pendragon. Mediante un incantesimo, Merlino muta le sembianze di Uter con quelle del marito di Igraine, Gorlois, che nel frattempo moriva in battaglia proprio ad opera dell’esercito del Pendragon. Da quella magica unione nascerà Artù.

Inizialmente il fanciullo venne allevato a corte, affidato alle cure della sorellastra Morgana, ma successivamente Merlino e Viviana decisero che dovesse essere cresciuto e istruito lontano dagli ambienti reali, inquinati da brame di potere. Pertanto Artù venne portato, in gran segreto, presso il castello di Ettore, un fedele vassallo di Uter Pendragon.

Stessa sorte, ma con motivazioni diverse, fu riservata a Morgana. L’adolescente infatti, nelle cui vene scorreva sangue avaloniano, aveva il dono della “seconda vista” e pertanto seguì la zia Viviana ad Avalon per essere avviata al noviziato che l’avrebbe condotta al futuro sacerdozio.

 

Artù cresceva in forza e vigore, istruito nell’arte della cavalleria da Ettore e sotto l’occhio vigile del mentore Merlino; lo stesso faceva Morgana, che era già stata consacrata sacerdotessa e, per le sue spiccate doti, predestinata al futuro ruolo di Signora di Avalon.

I tempi erano ormai maturi per il compiersi della profezia e Artù, dovendo incarnare il ruolo di sovrano universale, fu accompagnato ad Avalon da Merlino dove, durante i fuochi di Beltane, avrebbe dovuto incarnare il Re Cervo e accoppiarsi con la Sacerdotessa incarnazione della Dea. Ironia della sorte, la scelta dell’eletta ricadde su Morgana la quale, suo malgrado, fu costretta a giacere con il fratellastro. Dall’unione di quella notte mutarono drasticamente anche i destini di Artù e Morgana che peraltro rimase anche in cinta del consanguineo.

Nel contempo suo padre, Uter Pendragon, perdeva la vita in battaglia e pertanto Artù era ormai pronto per essere incoronato Re, anche secondo il rito cristiano. Alla presenza del Vescovo di Roma e della Signora di Avalon, giurò fedeltà alla Britannia, impegnandosi a difenderla e a riunirla sotto un unico vessillo, nonché ad onorare e preservare la memoria di Avalon.

In questo momento entra in gioco la mitica spada Excalibur, fedele compagna di Artù fino alla sua morte.

 

Al riguardo esistono varie leggende, la più famosa delle quali è sicuramente quella della “spada nella roccia”. Secondo questa versione, la spada sarebbe stata infilata in una roccia (o un’incudine) da Merlino con un incantesimo e colui il quale fosse riuscito ad estrarla sarebbe divenuto Re, cosa che ovviamente riuscì solo ad Artù. In un’altra variante, meno romanzata, ma analoga, la spada giaceva sopra la tomba rocciosa di Uter Pendragon; al momento dell’incoronazione Artù, brandendo la spada, si fa riconoscere come legittimo Re (ricordiamo infatti che era cresciuto in gran segreto sotto la custodia del fido Ettorio e nessuno sapeva della sua esistenza).

L’origine della spada è, invece, piuttosto controversa. Pare fosse magica in quanto forgiata ad Avalon con un materiale in grado di spezzare qualsiasi acciaio; il suo prezioso fodero, inoltre, aveva la proprietà di sanare le ferite riportate in battaglia e pertanto donare invincibilità. Altri invece ritengono che le spade fossero, in realtà, due: da un lato Excalibur, la spada dei re e dall’altro la “magica” spada di Avalon.

 

Artù fu un re giusto, molto amato dal suo popolo e anche leggendario, in quanto vinse molte battaglie. In una di queste, cui aveva partecipato in appoggio del Re Leodegrance, conosce la sua bellissima figlia Ginevra, che poi diventerà sua sposa. E’ importante sottolineare questo particolare in quanto la futura moglie, cristiana convinta, creerà non pochi contrasti alla sopravvivenza della religione druidica, cui Artù si era comunque votato come strenuo difensore.

Re Artù è noto anche per aver istituito, su stimolo di Merlino, una terza Tavola, dopo la prima, più nota, dell’ultima cena di Gesù e i suoi apostoli e quella del Graal, che doveva essere rotonda affinché tutti i partecipanti fossero in condizione di assoluta parità.

Le vicende di Re Artù sono anche collegate al mito del Graal e pertanto in questa sezione ci ripromettiamo di raccontare come tutto ebbe inizio e per fare ciò dobbiamo tornare indietro, al tempo di Joshua Ben Joseph (Gesù il Cristo), definito, dal popolo del Nord, il Druido di Galilea.

 

Com’è noto, dopo la morte di Gesù, un membro del Sinedrio, tale Giuseppe di Arimatea, chiese a Pilato il permesso di deporre il corpo dalla croce e tumularlo nel suo sepolcro di famiglia; a seguito della scomparsa del corpo avvenuta, come noto, alcuni giorni dopo, la colpa ricadde su Giuseppe, il quale sarebbe stato arrestato e sottoposto a digiuno. In prigione però, gli sarebbe apparso lo stesso Gesù il quale gli avrebbe rivelato i misteri dell’incarnazione e affidato in custodia il calice dell’ultima cena (il Graal).

Da quel giorno, ogni mattina una bianca colomba avrebbe lasciato nella coppa un’ostia, suo unico sostentamento fino alla scarcerazione, avvenuta solo alcuni anni dopo.

Una volta liberato, Giuseppe, insieme alla sorella, al cognato Bron (e forse alla Maddalena), dopo aver lasciato la Palestina, avrebbe intrapreso un viaggio per mare fino ad approdare nell’antica Britannia, a Glastonsbury Tor.

Colà Giuseppe, appena sbarcato, piantò un bastone per terra dalle cui radici nacque un cespuglio di biancospino ancora oggi esistente, che ha la curiosa peculiarità di fiorire due volte l’anno, in corrispondenza dei due solstizi.

Quindi fondò la prima chiesa cristiana e la seconda tavola del Graal costituita da 13 posti di cui uno, il famoso seggio periglioso, lasciato vuoto a ricordare il posto occupato da Giuda e nascose la “sacra coppa” all’interno di un pozzo noto oggi come Chalice Well, il pozzo del calice, la cui acqua esce di colore rossastro per la particolare composizione del suolo, ricco di ossido di ferro. Ciò ha evidentemente alimentato la leggenda per cui il colore dell’acqua fosse dovuto al sangue contenuto nel Graal, anche perché ha la curiosità di coagulare ed essere caldina, proprio come il liquido ematico.

Alla sua morte, la custodia del calice sarebbe passata a Bron, ricordato anche come il ricco pescatore, per aver sfamato un’intera comunità con un solo pesce deposto nel Graal. A seguire tutta una serie di custodi del Graal tanto che, secondo il romanzo di Wolfram von Eschenbach, sarebbe stato creato a Montsalvat un Ordine di cavalieri proprio a protezione del sacro calice. I nuovi custodi ora sono anche Re, oltre che sacerdoti.

In questa dinastia spicca, in negativo, la figura di Re Anfortas, che tradisce la custodia del Graal per amore di una donna tanto che, duellando per lei, si procura una ferita alla coscia così profonda che mai si rimargina.

Da quel momento la sua terra si trasforma in una landa desolata e lo stesso Re, solo pescando (da qui l’appellativo di Re pescatore) riesce a dimenticare il dolore della sua condizione. Da allora e sino all’epoca di Re Artù, il tema si sposta, pertanto, dalla custodia alla Cerca del Graal.

 

Ma torniamo al nostro eroe e ai suoi cavalieri che saranno protagonisti di imprese e mirabolanti avventure. Tra questi risaltano le figure di Lancillotto del Lago, bellissimo cavaliere figlio di Viviana Signora di Avalon e segretamente innamorato della regina Ginevra, il “casto” Perceval, eroe Gallese, Sir Galvano, figlio di re Lot delle Orcadi e di Morgause, sorellastra di Artù e Galahad l’eletto, figlio di Lancillotto e unico che riuscirà a trovare il Graal.

 

Per concludere raccontiamo della tragica fine di Re Artù, ferito in battaglia da proprio da Mordred, il figlio nato dalla sua inconsapevole, ma incestuosa notte d’amore con la sorellastra Morgana.

Da sempre Morgause, bramosa di un potere e di un risalto che non aveva mai avuto, tramava per spodestare Re Artù a favore di un suo figlio, ma avendo avuto l’occasione di allevare Mordred e avendo successivamente scoperto il segreto sulle sue origini, riuscì a fomentarlo contro il padre. Lo stesso pertanto, presentatosi come cavaliere, si era insinuato nella corte di Artù concupendo peraltro anche Ginevra e in sua assenza e aveva tramato contro di lui, accaparrandosi la fedeltà e l’amicizia dei nobili e dei baroni del regno di Camelot.

Tornato dalla battaglia e scoperto l’inganno, Artù combatterà contro il figlio uccidendolo, ma nella contesa rimane gravemente ferito e senza l’aiuto del magico fodero della sua Excalibur, sottrattogli con un incantesimo da Morgana, troverà comunque la morte sul campo di battaglia. 

Dopo aver serbato rancore contro di lui per tutta la vita, Morgana, probabilmente pentita, raccolse le sue spoglie e deposta la salma su una barca la traghettò, attraverso le nebbie, verso l’isola incantata di Avalon.

 

La figura dell’Artù storico invece è molto controversa; le cronache del tempo non individuano tale personaggio, almeno con l’enfasi che invece gli è conferita dai racconti medievali e pertanto gli storici sono molto scettici sul fatto che un Re Artù sia realmente esistito, almeno come sovrano. Considerato che Artù o Artorius era un nome molto diffuso in Britannia, l’unica figura che potrebbe avvicinarsi, ma solo lontanamente, alle gesta del grande Re era quella di un grande condottiero, abile guerriero, ma non più che un capopopolo.

Di contro e direi anche paradossalmente, una spinta alla storicità di re Artù viene proprio dalla chiesa cristiana che invece avrebbe dovuto avversarlo dati i suoi trascorsi avaloniani e pagani. Siccome da quelle parti il Cristianesimo stentava ad attecchire, quale migliore occasione che far miracolosamente trovare proprio la sua tomba con tanto di incisione ed ossa del defunto sovrano e della sua consorte Ginevra. Correva l’anno 1191 quando alcuni monaci dell’abazia di Glastombury, duranti alcuni scavi ritrovarono una croce tombale con la scritta latina “Hic iacet inclitus Rex Arturius in insula Avalonia”. Naturalmente della presunta croce non ve ne è più traccia, ma ormai il mito è cristallizzato.

 

Realtà o leggenda non è dato saperlo, ma a noi piace credere nel leggendario sovrano figlio di Avalon e nel Druido Merlino che hanno riempito i nostri sogni di fanciulli.

 

 

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