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Il Calendario Celtico

La misurazione del tempo come la intendiamo noi è solo una convenzione tant’è che se escludiamo le clessidre, la storia dell’orologio è relativamente recente. Detto questo è altrettanto vero però, che l’uomo ha sempre sentito la necessità di capirne o studiarne il ciclo, anche e soprattutto in relazione al mutare dei fenomeni atmosferici e astronomici. Già agli albori della civiltà, strumenti come le meridiane e i siti megalitici consentivano di misurare il numero dei periodi di luce e di buio o i cosiddetti equinozi.

Stesso ragionamento vale per il calendario e non è un caso infatti che ne esistano più d’uno, a seconda della tradizione del singolo paese. Sappiamo infatti esistere, oltre al nostro, un calendario cinese, uno ebraico, uno indiano e via dicendo.

Anche la stessa divisione dell’anno in stagioni è intimamente legata alle nostre o a latitudini simili; non avrebbe senso infatti parlarne, ad esempio, in quei paesi in prossimità dell’equatore o dei poli in cui non vi sono così nette differenze nel corso dell’anno.

Ancora una volta i nostri antichi si sono dimostrati più saggi o quanto meno più pratici di noi: anziché spezzettare il tempo in ore, giorni e settimane studiavano, come detto, la ciclicità del tempo in relazione al movimento degli astri e dei pianeti. Ciò permetteva loro, conseguentemente, di adattare e adeguare lo stile di vita sociale, religiosa ed economica, che poi è probabilmente la cosa più importante.

Dopo questa doverosa premessa, torniamo indietro nel tempo alle nostre care terre del Nord.

L’anno celtico era strutturato essenzialmente in due metà: una parte oscura chiamata Giamos a decorrere dal 31 ottobre e una parte di luce, Samos, con inizio il 1 maggio, date queste scandite da due feste molto particolari (Samhain e Beltane) che specificheremo in seguito. Quindi l’anno era ulteriormente cadenzato da quattro festività solari (solstizi ed equinozi) e quattro di fuoco (Samhain, Imbolc, Beltane, Lughnasadh).

A questo punto però, occorre specificare che l’alternanza dei cicli e quindi dei giorni, per i celti, era diversa da come la intendiamo noi. La notte era propedeutica al giorno (lo precede e lo prepara) e pertanto il nuovo giorno iniziava dal tramonto del giorno prima perché la luce diurna “emergeva” dalla notte. Così la stagione del buio (giamos) preparava la stagione della luce (samos), l’inverno era la gestazione dell’estate e le stesse festività, che peraltro non erano canonizzate in un giorno come attualmente avviene, ma duravano anche una settimana e più, cominciavano dalla mezzanotte del giorno prima.

Utilizzando la similitudine del parto per far capire meglio il concetto, si potrebbe dire che il ciclo del tempo è analogo alla gestazione nell’utero (buio) che prepara la nascita del bambino (luce).

Prima di andare avanti occorre anzitutto sgombrare il campo da un equivoco: la divisione in mesi e la loro relativa nomenclatura,  che costituiscono il cosiddetto “calendario celtico”, è relativamente recente e risale al 1717, allorchè nacque il Neodruidismo, un movimento neopagano che ha inteso riprendere e ricostruire, per quanto possibile, i dettami dell’antica religione celtica. Come specificato in altre Sezioni del sito però, per lungo tempo la trasmissione della conoscenza, soprattutto quella misterica, era rigorosamente “passata” per via orale e pertanto, il comunque lodevole impegno con cui si è inteso riorganizzare e ricomporre il corpus druidico, non è scevro da interpretazioni personali e talvolta arbitrarie. L’unica prova dell’esistenza di un calendario celtico è in relazione a quello ritrovato a Coligny in Francia nel 1897, pare risalente al I secolo d.c., ribattezzato  il “Calendario di Coligny” di cui, peraltro, sono sopravvissuti solo alcuni frammenti in bronzo di dubbia autenticità.

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