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Il calendario di Coligny

Pubblicato il 30/05/2016

 

La misura del tempo presso i Celti era basata sul ripetersi delle fasi lunari, che sono di facile e immediata osservazione. A questo proposito abbiamo un importantissimo reperto archeologico, scoperto nel 1897 a Coligny, in Francia, nella regione dell'Ain (a Ovest del lago di Ginevra), un tempo abitata dalla tribù degli Ambarri. Qui furono trovati 150 frammenti di una tavola di bronzo, che in origine doveva essere circa di 1,5 per 1 metro, con incisioni che riproducevano un calendario. Questi reperti sono ora conservati a Lione, nel Museo della Civiltà Gallo-Romana.

Quello di Coligny non è il solo calendario celtico ritrovato; altri frammenti sono venuti alla luce nel Giura Francese, ma così pochi da rendere impossibile qualsiasi ricostruzione. Anche nel sito di Knowth, in Irlanda, c'è una pietra con incisioni che si rifanno a un calendario lunare basato sugli stessi principi di quello di Coligny. In ogni caso, quello di Coligny è l'unico vero documento storico che abbiamo sulla misurazione del tempo presso i Celti. Anche se non abbiamo avuto la fortuna di trovarne altri ben conservati, è ragionevole presumere che sia solo un esempio dei calendari abitualmente in uso tra i Celti. Nonostante i frammenti riescano a coprire a malapena la metà dell'intera tavola, la loro disposizione ha comunque permesso di ricostruire la struttura del calendario, che è compilato in lingua gallica ed in caratteri latini. Il restauro fu completato nel 1960 ad opera di A. Duval e Georges Pineault.

Datato al secondo secolo dopo Cristo, il calendario è diviso in sedici colonne di quattro mesi lunari ciascuna, per un totale di 64 mesi, che rappresentano un periodo di cinque anni. La sequenza dei mesi del calendario è anomala rispetto ai calendari usati nello stesso periodo in altri paesi. Infatti mostra cinque anni lunari completi, ciascuno con dodici mesi di 29 o 30 giorni alternati, con in più due mesi accessori, detti intercalari, che servivano per far diventare il calendario luni-solare. Mentre il calendario lunare si rifà alle sole quattro fasi lunari, per un totale di 354 giorni, quello solare, che tiene conto del moto apparente del Sole durante tutto l'anno, arriva fino a 365, con uno scarto compensato dall'anno bisestile.

E' curiosa la coincidenza che il calendario “Vedico” dell'India antica fosse diviso in dodici mesi lunari di 29 o 30 giorni, ed ogni mese fosse diviso in due Paksa, due quindicine di cui una chiara e una scura a seconda delle fasi lunari. Al tempo di Giulio Cesare i Romani usavano ancora il calendario lunare voluto dal re Numa Pompilio, che nella sua riforma del calendario aveva portato l'anno a 355 giorni. Questo fu conservato fino a quando arrivò il calendario Giuliano, voluto da Giulio Cesare, non più fondato sui cicli lunari, bensì su quelli solari. Ancora adesso esiste un “calendario lunare” per gli agricoltori, che tiene conto delle fasi della luna per organizzare semine e trapianti.

 

La sequenza annuale, composta da sette mesi di 30 giorni e da cinque mesi di 29 giorni, è la seguente:

SAMONIOS (30 giorni, mese propizio Mat, che significa completo) il "tempo della caduta dei semi";

DUMANNIOS (29 giorni, mese infausto Anmat, che significa incompleto) il "tempo profondamente oscuro";

RIVROS(30 giorni, mese propizio Mat) il "tempo freddo";

ANAGANTIOS (29 giorni, mese infausto Anmat) il "tempo in cui non si può uscire";

OGRONIOS (30 giorni, mese propizio Mat)il "tempo di ghiaccio";

CUTIOS(30 giorni, mese propizio Mat) il "tempo dei venti";

GIAMONIOS (29 giorni, mese infausto Anmat) il "tempo di mostra di germogli";

SIMIVISONIOS (30 giorni, mese propizio Mat) il "tempo di lucentezza";

EQUOS (30 giorni, ma mese infausto Anmat) il "tempo dei cavalli";

ELENBIUOS (29 giorni, mese infausto Anmat) il "tempo dei reclami";

EDRINIOS (30 giorni, mese propizio Mat) il "tempo di arbitraggio";

CANTLOS (29 giorni, mese infausto Anmat) il "tempo del canto".

 

Con questo tipo di divisione dell'anno i Celti furono obbligati ad aggiungere due mesi intercalari, CIALLOS (tra Cutios e Giamonios) e QUIMON (tra Cantlos e Samonios), ciascuno di 30 giorni, da inserire ogni trenta lunazioni. Ogni mese era diviso in due parti, rispettivamente di 15 + 15 o di 15+ 14 giorni.

A partire dal primo quarto di luna si aveva il periodo di luce; a partire dall'ultimo quarto il periodo di tenebre. Ogni mese cominciava in corrispondenza della notte di primo quarto di luna (probabilmente per la comodità nel vederne le fasi). Su questa particolarità abbiamo la testimonianza di Giulio Cesare, che nel suo De bello gallico disse che i Galli celebravano feste, anniversari e inizio dei mesi in modo tale che il giorno seguisse la notte.

Probabilmente per i soli scopi rituali magico-religiosi sarebbe andato bene anche il calendario lunare; dovendo usarlo anche per tutto il resto, bisognava fare un adattamento che tenesse conto del sole.

Le quattro principali festività religiose celtiche erano legate ai cicli delle stagioni: Trinuxtion Samoni, Imbolc, Beltane e Lughnasad erano poste a distanza di circa tre mesi l'una dall'altra. Solo Samhain doveva obbligatoriamente essere tra la Luna Calante e il Novilunio; è anche l'unica ricorrenza segnata in tutti e cinque gli anni, perché corrispondeva al Capodanno celtico. Sul calendario, compilato in lettere romane, tra la prima e la seconda quindicina ricorre la parola Atenovx, rinnovamento, che vuol dire ritorno alla luna nuova. Compaiono anche altre scritte, di cui non si sa esattamente il significato, ed anche un augurio: “Ciallos Beis Nonnocingos” (ti sia propizio il cammino del cielo).

 

 

 

 

Autore: Devon Scott
Il testo è tratto da Il cerchio di fuoco. Leggende, folklore e magia dei Celti di Devon Scott, Edizioni L'Età dell'Acquario

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